The First Steps di Jean-François Millet, 1858

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una recrudescenza inquietante di episodi di violenza tra adolescenti. Ragazzi che picchiano coetanei, filmano l’aggressione e la condividono come un trofeo; gruppi che perseguitano i più fragili, talvolta disabili, talvolta anziani, come se la vulnerabilità fosse un difetto da punire. È la cronaca di un disagio collettivo che nasce da una frattura profonda nella trasmissione dei valori, nella capacità di interiorizzare i principi fondamentali della convivenza.

La società contemporanea ha progressivamente sostituito la parola “educare” con la parola “tutelare”. In nome di una libertà fraintesa, abbiamo tolto ai genitori la possibilità di esercitare l’autorità come atto d’amore e ai figli la possibilità di incontrare il limite come luogo di crescita. Il paradosso dei nostri tempi è che ci troviamo davanti ad una generazione più sorvegliata, protetta e informata ma anche quella più sola, più spaesata, più incapace di dare un nome ai propri sentimenti. Si vive con frustrazione e rabbia sorda, senza strumenti per elaborarla, finché l’aggressione non diventa un modo per esistere.

Un tempo, la punizione aveva un valore simbolico, non perché fosse giusta in sé, ma perché rappresentava la conseguenza di un patto infranto. Oggi, in molte famiglie, la paura di essere giudicati o persino denunciati dai propri figli, ha trasformato il genitore in un mediatore timoroso, più intento a placare che a guidare. Invece, un bambino ha bisogno di un ambiente stabile, in cui l’adulto sappia dire di no senza paura di perdere l’amore del figlio, perché senza un confine chiaro, il bambino cresce prigioniero del proprio impulso e l’autorità diventa per lui qualcosa da sfidare, non da comprendere.

«Il compito del genitore non è di evitare la frustrazione, ma di renderla tollerabile.» — Donald W. Winnicott, The Maturational Processes and the Facilitating Environment (1965)


I social hanno reso tutto più estremo. La violenza è diventata un linguaggio di gruppo, una performance che promette visibilità e consenso. Il like è la nuova moneta della sopravvivenza sociale e per ottenerlo si è disposti a tutto, anche a infliggere dolore. I meccanismi neurobiologici che regolano la gratificazione, dopamina, feedback immediato, assuefazione, si intrecciano con una povertà crescente di relazioni reali. Più un ragazzo è solo, più cerca conferma nello sguardo degli altri, anche quando quello sguardo è feroce.

Le differenze sociali non bastano a spiegare il fenomeno. La violenza giovanile attraversa i quartieri e le classi, coinvolge famiglie benestanti e famiglie ai margini. Ciò che accomuna questi ragazzi è il vuoto educativo che li circonda, l’assenza di adulti capaci di ascoltare senza paura e di parlare senza urlare. Sono figli di genitori stanchi, spesso soli, sommersi da modelli contraddittori, iperprotettivi o del tutto assenti, permissivi o autoritari a scatti. In entrambi i casi manca la continuità, la coerenza affettiva che possa trasformare la regola in un atto d’amore e non in un’imposizione.

Molti studiosi, da Albert Bandura a Daniel Siegel, hanno mostrato come il comportamento aggressivo sia il risultato di processi di apprendimento osservativo e di disregolazione emotiva. Un adolescente che non ha visto gestire un conflitto in modo costruttivo tenderà a ripetere modelli violenti o passivi. In questo contesto, dobbiamo ricordarci che la famiglia resta la prima scuola di civiltà, anche quando il mondo sembra spingerla ai margini. Senza la presenza reale e coerente degli adulti, nessuna legge, nessun piano educativo, nessuna campagna mediatica potrà sostituire l’esperienza concreta di un legame che insegna il rispetto attraverso l’esempio.


Un’altra ferita riguarda la perdita del senso della responsabilità. Nella società della visibilità, contano solo le conseguenze immediate. La legge 71 del 2017 sul cyberbullismo ha introdotto strumenti importanti, ma la loro applicazione resta spesso episodica. Serve una cultura condivisa che renda chiaro che pubblicare un video di violenza equivale a parteciparvi. La complicità digitale va riconosciuta per ciò che è, una forma di aggressione collettiva.

La punizione, in sé, non basta. Le ricerche psicologiche e pedagogiche degli ultimi decenni mostrano che il castigo fisico o umiliante non produce comportamenti migliori, ma solo maggiore paura e disimpegno morale. Il vero cambiamento nasce quando chi ha sbagliato può comprendere il peso del proprio gesto, ripararlo, trasformarlo. Qui entra in gioco la logica della giustizia riparativa, che sostituisce il “pagare” con il “riconnettere”. Far pulire un muro imbrattato, incontrare la persona offesa, ascoltare il racconto di chi ha sofferto – sono queste le esperienze che lasciano tracce molto più profonde di una sospensione o di una multa.


La scuola, in questo quadro, ha un ruolo cruciale ma spesso impotente. Gli insegnanti vivono tra mille contraddizioni. Da una parte, sono chiamati a educare senza autorità, a gestire conflitti per cui non sono formati, dall’altra a muoversi tra la paura dei genitori e la burocrazia. Eppure, in alcuni contesti, esperienze di mediazione tra pari, laboratori di empatia e progetti di alfabetizzazione digitale stanno mostrando che il cambiamento è possibile (vedi i progetti Medianos). Quando i ragazzi vengono coinvolti nella costruzione delle regole e non solo nella loro esecuzione, si riaccende la responsabilità.

Il caso recente di un ragazzo disabile sequestrato e maltrattato dai coetanei, filmato come fosse un gioco, è uno schiaffo collettivo. Ci obbliga a guardare il punto più buio della nostra società, la perdita dell’empatia. Quando un gruppo può ridere davanti alla sofferenza di un innocente, significa che abbiamo smarrito il senso del limite umano.

«La qualità di una società si misura da come include i più deboli», ricordava papa Francesco. Ecco perché non è un problema di sicurezza, ma di civiltà.


Ritrovare il senso dell’educazione significa ricucire un patto generazionale. Serve restituire ai genitori il diritto e il dovere di essere guida, non amici dei figli. Serve formare docenti capaci di leggere il disagio, non solo di punirlo. Serve un’alleanza tra famiglia, scuola, istituzioni e media per ricostruire il significato di parole come rispetto, responsabilità, comunità.

Nelle pratiche antiche, spesso liquidate come obsolete, c’era una sapienza concreta, quella della riparazione, del lavoro condiviso, della restituzione. Il ragazzo che rompeva un vetro andava a sostituirlo, quello che offendeva un compagno era invitato a scusarsi pubblicamente. Non per umiliarlo, ma per fargli toccare con mano il valore della relazione. Oggi abbiamo perso quella pedagogia della concretezza, sostituendola con burocrazie educative che non incidono sul cuore.

Dietro ogni atto di violenza giovanile c’è una domanda inascoltata di riconoscimento. La risposta non può essere solo penale, ma culturale. Non si tratta di riportare le punizioni, ma di riportare il senso del limite, della cura e del rispetto reciproco. Dobbiamo insegnare di nuovo che la libertà non è assenza di regole, ma capacità di scegliere consapevolmente il bene.

In fondo, la sfida è di restituire ai ragazzi la possibilità di meravigliarsi, di sentire, di appartenere. La violenza nasce dove l’altro smette di essere un volto e diventa un bersaglio. Se vogliamo davvero cambiare il futuro, dobbiamo ricominciare da quella semplice verità che un tempo si insegnava senza bisogno di manuali: il rispetto si impara guardando qualcuno che lo pratica ogni giorno.

Oggi però quel modello sembra essersi dissolto, perché gli adulti stessi, i genitori, hanno smarrito la propria postura di riferimento. Non si può insegnare ciò che non si possiede. Il rispetto, prima di essere un gesto verso l’altro, è un atto verso sé stessi.

Abbiamo confuso il rispetto con la paura di deludere, con la necessità di piacere, con l’ansia di essere approvati. Nel tentativo di evitare ai nostri figli ogni frustrazione, abbiamo tolto loro la possibilità di misurarsi con la realtà. Il rispetto nasce dal riconoscimento del limite, non dall’illusione di onnipotenza. Ma in una società che idolatra l’immagine, la performance e la visibilità, persino gli adulti hanno perso il contatto con quella dignità silenziosa che nasce dal sapersi imperfetti ma coerenti.

Non si tratta di colpe individuali, ma di una crisi culturale più profonda. Generazioni intere di genitori cresciute tra precarietà, isolamento e iperconnessione hanno interiorizzato il messaggio che l’autorità sia un peso, che la fermezza equivalga all’aggressività, che il conflitto sia un fallimento da evitare. Così, invece di rappresentare un punto saldo, molti adulti oscillano tra permissività e senso di colpa, tra distacco e intrusione, incapaci di dare continuità al gesto educativo.


Rispetto significa anche saper dire no. Ma per farlo serve credere nella legittimità del proprio ruolo, sentire che il “no” non è un abuso di potere, ma un atto d’amore. Invece, troppi genitori oggi chiedono scusa per aver posto un confine, come se proteggere i propri figli dal danno fosse un segno di debolezza. Il rispetto che dovremmo insegnare ai ragazzi nasce da questo coraggio adulto, dalla capacità di essere presenti, di guardare in faccia la fragilità del mondo e non fuggire.

Quando un genitore non si rispetta, perché vive costantemente sotto pressione, svalutato, spaventato dal giudizio sociale, anche il figlio impara a non darsi valore. Come possiamo pretendere che un adolescente rispetti l’altro, se vede che gli adulti non si rispettano tra loro, né nel linguaggio, né nei comportamenti pubblici, né nei legami affettivi? Il degrado del rispetto comincia dal modo in cui parliamo, dallo sguardo che riserviamo a chi è diverso, dal disprezzo con cui affrontiamo il dissenso.

In un’epoca in cui tutto si misura in termini di utilità e successo, il rispetto è diventato un concetto fuori moda, nonostante sia la radice stessa della convivenza.

Martin Buber scriveva: “L’uomo diventa Io attraverso il Tu.” Senza la relazione, senza il riconoscimento reciproco, l’essere umano si smarrisce. Quando non rispettiamo più l’altro, smettiamo di esistere anche noi, perché perdiamo la nostra misura.

Il problema non è solo che i ragazzi non rispettano più gli insegnanti, gli anziani o i compagni fragili, ma che gli adulti non si rispettano più come generazione educante. Hanno delegato l’autorità ai tribunali, alla rete, agli algoritmi, ai tutorial. Hanno perso fiducia nella propria voce, nel proprio esempio, nella possibilità che l’educazione sia un atto quotidiano e non un compito accessorio. Noi adulti non abbiamo saputo onorare l’eredita ricevuta, quella di trasmettere, con i gesti e non con le parole, il valore del rispetto come fondamento della libertà.

Rispettarsi significa prendersi cura del proprio tempo, della parola data, dei rapporti che ci attraversano. Significa anche proteggere la propria stanchezza, per non riversarla sui figli. Un adulto che non si ascolta, che si svilisce, che vive in guerra con sé stesso, non potrà generare pace attorno a sé. Eppure, non è mai troppo tardi per ricominciare. Si può recuperare il rispetto ogni volta che si sceglie la coerenza, ogni volta che si dice “no” per amore e “sì” per convinzione, ogni volta che si mostra ai propri figli che la dignità vale più della popolarità.

Il rispetto non è un valore antico da commemorare, ma un linguaggio da reimpostare, che non ha bisogno di punizioni, ma di esempi. Non si insegna con i discorsi, ma con la postura, con lo sguardo che si alza dallo schermo, con il tono che non umilia, con il silenzio che ascolta. Se gli adulti tornassero a rispettarsi, i figli imparerebbero naturalmente cos’è il rispetto.



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