
Riña a garrotazos, Francesco Goya, 1820 – 1823
Quando un conflitto esplode in famiglia, ciò che si rompe raramente riguarda solo i fatti. Si incrina la capacità di comprendere cosa accade nella mente propria e in quella dell’altro. Le parole diventano azioni, le emozioni diventano realtà assolute, il dubbio scompare. In questi momenti, il conflitto smette di essere una divergenza e diventa una minaccia identitaria.
Il lavoro del prof. Peter Fonagy (psicologo clinico e psicoanalista, titolare della cattedra di psicoanalisi contemporanea, scienza dello sviluppo e direttore del dipartimento di psicologia clinica, dell’educazione e della salute presso l’University College di Londra) nasce proprio da questa osservazione clinica e scientifica. Le persone soffrono non solo per ciò che accade, ma per la perdita della capacità di attribuire senso mentale alle esperienze. Da qui prende forma il concetto di mentalizzazione, oggi uno dei pilastri più solidi per comprendere il funzionamento umano nelle relazioni ad alta intensità emotiva.
Con questo articolo voglio accompagnati dalla scoperta del concetto fino alla sua applicazione concreta nei conflitti familiari, nelle separazioni, nei passaggi generazionali e nei contenziosi duri, con uno sguardo coerente con il lavoro di chi opera in mediazione, ADR e accompagnamento relazionale.
Che cos’è la mentalizzazione
Il prof. Fonagy definisce la mentalizzazione come la capacità di comprendere il comportamento umano in termini di stati mentali, cioè, pensieri, emozioni, desideri, paure, intenzioni diventano la chiave per dare senso a ciò che le persone fanno.
Quindi, con il termine mentalizzazione si fa riferimento ad una competenza metacognitiva dalla quale dipendono la capacità di comprendere le manifestazioni affettive altrui, la capacità di regolazione affettiva, di controllo degli impulsi e di automonitoraggio. Si tratta di processi psicologici che consentono di comprendere il proprio funzionamento e l’altrui in termini di stati mentali, cioè sentimenti, convinzioni, intenzioni e desideri.
Mentalizzare significa riconoscere che il comportamento ha sempre una radice mentale, anche quando appare irrazionale, aggressivo o incomprensibile. Questa capacità permette di percepire sé stessi come soggetti dotati di una mente con proprie convinzioni e di riconoscere che anche l’altro agisce a partire da una mente distinta.
La mentalizzazione non è una competenza astratta, ma una funzione relazionale che si sviluppa all’interno dei legami di attaccamento. Il bambino impara a comprendere sé stesso perché qualcuno, prima di lui, ha dato significato ai suoi stati interni. Quando questa esperienza risulta fragile, incoerente o assente, la capacità di mentalizzare rimane vulnerabile.
Il prof. Fonagy mostra come sotto stress relazionale, soprattutto nei legami affettivi significativi, questa funzione tende a collassare e nascono escalation, rigidità, agiti e contenziosi distruttivi.
Quando mentalizzo:
- so che ciò che penso ≠ la realtà oggettiva;
- so che l’altro ha una mente separata dalla mia;
- accetto che la mia lettura è ipotetica, non certa.
In pratica, non mi fermo a “ha urlato / ha ignorato / ha attaccato”, ma mi chiedo “che cosa sta succedendo dentro?” (a me e all’altro) e quanto questa lettura è realistica e condivisibile.
Solo attraverso il processo di mentalizzazione, il dialogo diventa possibile.
Le dimensioni della mentalizzazione
La ricerca clinica individua quattro assi fondamentali che regolano il funzionamento della mentalizzazione.
La prima dimensione riguarda il passaggio tra processi automatici e riflessivi. In condizioni di sicurezza, la mente riflette, valuta, rallenta. In condizioni di minaccia, prende il sopravvento una lettura immediata e impulsiva della realtà.
La seconda dimensione riguarda il rapporto tra sé e l’altro. La mentalizzazione sana mantiene una distinzione tra la propria mente e quella altrui. Quando questa distinzione si indebolisce, l’altro viene vissuto come invasivo o totalmente indifferente.
La terza dimensione riguarda l’equilibrio tra segnali interni ed esterni. Alcune persone si affidano solo a ciò che vedono, altre solo a ciò che sentono dentro. La mentalizzazione integra entrambe le fonti.
La quarta dimensione riguarda il rapporto tra pensiero ed emozione. Comprendere un’emozione senza esserne travolti rappresenta uno degli obiettivi centrali del funzionamento mentale maturo.
Quando una o più di queste dimensioni si sbilanciano, la mente entra in modalità di sopravvivenza.
Quando la mentalizzazione si perde
Il prof. Fonagy descrive tre modalità tipiche di perdita della mentalizzazione.
Nella equivalenza psichica, ciò che si sente diventa ciò che è. Il pensiero non ammette alternative. Se provo rabbia, l’altro è colpevole. Se provo paura, il pericolo è reale. Questa modalità domina molti conflitti familiari e contenziosi duri.
Nella modalità teleologica, contano solo le azioni visibili. L’intenzione ha valore solo se dimostrata con gesti concreti. Questo spiega molte dinamiche coercitive nelle separazioni e nei rapporti genitoriali conflittuali.
Nella modalità pretend, parole ed emozioni si sganciano dalla realtà. Si parla molto, si sente poco, nulla cambia. Questa modalità appare spesso nei conflitti cronicizzati e nelle famiglie bloccate in una narrazione sterile.
Queste modalità non rappresentano patologie, ma risposte umane a livelli elevati di stress relazionale.
Mentalizzazione e attaccamento nella relazione genitore figlio
Il legame di attaccamento costituisce il terreno di nascita della mentalizzazione. Il genitore che riconosce, rispecchia e nomina gli stati mentali del figlio offre al bambino uno strumento fondamentale per comprendere sé stesso.
Quando il genitore si trova immerso in un conflitto, la sua capacità di mentalizzare il figlio si riduce. Il bambino smette di essere visto come soggetto e diventa veicolo di rabbia, paura o alleanze. In questi contesti il figlio impara a leggere il mondo in termini di minaccia, controllo o ritiro.
La capacità di attribuire stati mentali intenzionali a se stessi e gli altri, però, non si sviluppa prima dei 4 anni di età.
Il prof. Fonagy dimostra come il recupero della funzione riflessiva del genitore migliori il benessere del figlio anche senza interventi diretti su quest’ultimo. La mente del genitore diventa spazio di contenimento e riorganizzazione.
Secondo il prof. Fonagy l’armonia nella relazione di attaccamento genitore-bambino favorisce lo sviluppo del pensiero simbolico e la presenza di una base sicura contribuisce al processo di mentalizzazione precoce.
Mentalizzazione nelle separazioni
La separazione rappresenta uno dei contesti più potenti di collasso della mentalizzazione. Il legame affettivo attiva il sistema di attaccamento e con esso emozioni primarie intense.
In questo stato, l’altro viene vissuto come intenzionalmente ostile o totalmente inaffidabile. Le decisioni diventano rigide, il linguaggio si polarizza, il figlio rischia di essere trascinato dentro una lettura dicotomica della realtà.
Il contributo del prof. Fonagy mostra come la separazione non diventi distruttiva per i figli a causa dell’evento in sé, ma per la perdita della capacità genitoriale di rappresentare mentalmente l’altro genitore come soggetto distinto.
Riattivare la mentalizzazione permette di distinguere la fine della relazione affettiva dalla continuità della funzione genitoriale.
Passaggi generazionali e impresa familiare
Nei passaggi generazionali la mentalizzazione entra in crisi perché si intrecciano identità, ruoli e potere. Il fondatore vive la perdita di controllo come minaccia al Sé. Il successore vive l’attesa come svalutazione.
Quando la mente smette di riconoscere la prospettiva dell’altro, il conflitto assume forme morali e definitive. Il prof. Fonagy mostra come il riconoscimento degli stati mentali consenta di trasformare il passaggio generazionale da scontro a processo.
La continuità dell’impresa dipende dalla capacità delle persone di mentalizzare il cambiamento.
Contenziosi e ADR
Nel contenzioso ad alta conflittualità la perdita di mentalizzazione rappresenta la norma. Le parti arrivano convinte di possedere la verità. Ogni proposta viene vissuta come attacco o resa.
L’approccio fondato sulla mentalizzazione non cerca il compromesso immediato. Lavora sulla riattivazione della funzione riflessiva, riducendo l’arousal e restituendo complessità alle rappresentazioni mentali.
Questo rende possibile un cambiamento profondo anche in assenza di accordo immediato.
Il ruolo del professionista
Chi opera in mediazione, coordinazione genitoriale o ADR svolge un compito delicato. Non fornisce soluzioni, ma ricrea uno spazio mentale.
Il professionista diventa una mente temporaneamente più stabile che aiuta l’altro a riappropriarsi della propria capacità di pensare. Attraverso domande, rallentamento, rispecchiamento e curiosità autentica, favorisce il ritorno della mentalizzazione.
In pratica, il processo di mentalizzazione si traduce in:
- Obiettivo del processo: riportare le parti in uno stato mentale in cui tornano possibili curiosità, dubbio, complessità, quindi scelte migliori.
- Intervento chiave: non “convincere” sul merito, ma stabilizzare arousal e ripristinare mentalizzazione, così la negoziazione torna praticabile.
- Output osservabile: le parti passano da “posizioni” a “stati mentali / bisogni”, e da “colpa” a “responsabilità e opzioni”.
Il cambiamento reale avviene quando le persone ricominciano a vedersi realmente.
Conclusione
Il contributo del prof. Fonagy offre una base scientifica potente per il lavoro nei conflitti familiari e relazionali. La mentalizzazione non rappresenta una tecnica, ma una postura etica e professionale.
Là dove la mente viene riconosciuta, il conflitto smette di essere guerra e torna a essere relazione.
Nella vita quotidiana la mentalizzazione implica l’utilizzo di diverse operazioni cognitive, tra cui:
- percezione
- immaginazione
- descrizione
- riflessione
Attraverso l’allenamento delle abilità di mentalizzazione impariamo a osservare e comprendere i nostri stati mentali ed emotivi. Questo processo favorisce una maggiore consapevolezza di sé, permette di esprimere in modo più autentico ciò che sentiamo e amplia la qualità dell’esperienza che facciamo del mondo e delle relazioni.
Bibliografia essenziale
Allen J.G., Fonagy P., Bateman A.W., Mentalizing in Clinical Practice, American Psychiatric Publishing, 2008.
Bateman A., Fonagy P., Mentalization-Based Treatment for Personality Disorders, Oxford University Press, 2016.
Fonagy P., Gergely G., Jurist E., Target M., Affect Regulation, Mentalization, and the Development of the Self, Other Press, 2002.
Fonagy P., Luyten P., Allison E., Epistemic trust and borderline personality disorder, Journal of Personality Disorders, 2015.
Asen E., Fonagy P., Mentalization-based interventions for families, Journal of Family Therapy, 2012.
https://www.stateofmind.it/2018/02/fonagy-mentalizzazione-psicologia



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