
Sneaking a peek, Peter Fendi, 1833
Recentemente un amico mi ha raccontato una difficoltà che sta vivendo con sua moglie. Da tempo ha la sensazione che lei gli lasci poco spazio nella gestione dei figli. La descrive come molto possessiva nei loro confronti, a volte persino morbosa. Secondo lui vuole occuparsi di tutto ciò che li riguarda, dagli appuntamenti e dalle visite mediche fino all’organizzazione quotidiana. Quando prova a intervenire, gli sembra di entrare in un territorio che lei considera esclusivamente suo.
Nel suo racconto la causa del problema è quindi soprattutto nel comportamento di lei: è troppo presente, troppo possessiva e, proprio per questo, non gli permette di esercitare pienamente il proprio ruolo di padre.
«Non mi lascia spazio per fare il padre».
Per spiegarmi meglio ciò che intende, mi ha raccontato un episodio.
Uno dei figli doveva andare dal dentista e lui si è proposto di accompagnarlo. La moglie gli ha risposto: «Perché? Io non sono brava a portarlo?».
Quella frase mi ha colpito, perché lui aveva detto soltanto: «Lo porto io». Lei, invece, sembra aver sentito qualcosa di diverso: «Tu non sei abbastanza brava».
Proprio questo particolare mi ha fatto guardare il suo racconto da un’altra prospettiva.
Naturalmente conosco la sua versione della storia e non posso sapere che cosa abbia realmente pensato lei. Non posso neppure sapere se la sua presenza con i figli sia effettivamente eccessiva. Ma posso distinguere ciò che lui osserva dall’interpretazione che ne dà.
Che lei voglia occuparsi personalmente di molte cose che riguardano i figli è un comportamento osservabile. Definirla «possessiva» o «morbosa» è già un’interpretazione di quel comportamento.
In una relazione non reagiamo soltanto alle parole pronunciate o alle intenzioni dichiarate; reagiamo soprattutto al significato che attribuiamo ai gesti dell’altro.
Lui vive la situazione come un’esclusione. Vorrebbe partecipare di più alla vita dei figli e interpreta l’intervento continuo della moglie come un modo per tenerlo fuori.
Lei potrebbe vivere lo stesso gesto in maniera completamente diversa. La proposta del marito potrebbe non arrivarle come una semplice collaborazione, ma come una valutazione del proprio ruolo.
Questo episodio mi ha portato a riflettere sul pensiero di Jean-Paul Sartre. Ne L’essere e il nulla, pubblicato nel 1943, Sartre dedica una parte della sua analisi all’essere-per-altri (être-pour-autrui).
La questione non riguarda semplicemente quanto ci interessi l’opinione altrui, ma il modo in cui la presenza dell’altro introduce nella mia esperienza una dimensione di me stesso alla quale, da solo, non posso accedere nello stesso modo.
Io non esisto soltanto per me stesso. Esisto anche per gli altri.
Quando qualcuno mi guarda, scopro che posso diventare oggetto della sua coscienza.
L’esempio più conosciuto è quello dell’uomo che guarda attraverso il buco di una serratura. In quel momento è completamente concentrato su ciò che sta facendo. Guarda, ascolta, è immerso nella situazione. Poi sente dei passi nel corridoio e pensa che qualcuno potrebbe averlo visto. In quel momento prova vergogna.
L’uomo scopre improvvisamente se stesso come può apparire ad un altro. Da soggetto che sta guardando attraverso la serratura diventa anche «quell’uomo che sta spiando».
Scopre così di poter essere oggetto dello sguardo di un’altra coscienza. Questa esperienza, secondo Sartre, ci introduce alla dimensione dell’essere-per-altri.
Io conosco le mie intenzioni, so perché sto facendo qualcosa, ma non posso determinare unilateralmente ciò che quel gesto sarà per un’altra persona. L’altro possiede una prospettiva su di me che io non posso controllare.
Desideriamo essere riconosciuti dall’altro, ma lo sguardo dell’altro può contemporaneamente fissarci in un’identità.
Questo passaggio lo trovo interessante nella storia che mi è stata raccontata.
Se rimaniamo ai fatti, la scena è semplice: il figlio deve andare dal dentista. Il padre propone di accompagnarlo. La madre risponde: «Perché? Io non sono brava a portarlo?».
Nella frase del marito non compare alcun giudizio esplicito sulla capacità della moglie, eppure la risposta di lei introduce proprio il tema della propria adeguatezza.
La spiegazione potrebbe dipendere dalla storia della loro relazione, da precedenti critiche, dalla sua storia personale, dal modo in cui nella coppia sono stati costruiti i rispettivi ruoli. Potrebbero esserci ragioni completamente diverse che il racconto di lui non permette di conoscere.
Potrebbe anche darsi che, all’interno della loro relazione, lei percepisca il marito come maggiormente riconosciuto sul piano professionale ed economico e che abbia attribuito al proprio ruolo materno una parte particolarmente importante della propria identità e del proprio valore.
Se fosse così, occuparsi dei figli potrebbe avere per lei un significato che il marito non vede.
Non sarebbe più soltanto una questione pratica di chi accompagna nostro figlio dal dentista, ma potrebbe toccare una questione di identità: «Qual è il mio posto qui?».
In questa prospettiva, «Lo porto io» potrebbe essere ricevuto come qualcosa di diverso da ciò che lui intende comunicare.
Da ciò che mi ha raccontato, lui non intendeva svalutarla. Ma le parole non arrivano mai prive di storia. Entrano in una relazione nella quale esistono esperienze precedenti, ruoli, aspettative e significati costruiti nel tempo.
Ritornando al pensiero di Sartre, la moglie può arrivare a percepirsi, nello sguardo che attribuisce al marito, come «quella che non è abbastanza capace», mentre il marito può percepirsi, nello sguardo che attribuisce alla moglie, come «quello che non sa occuparsi dei propri figli».
Ciascuno può iniziare a guardare l’altro attraverso l’identità che gli ha attribuito.
Se lui ormai la vede come «la madre possessiva», ogni sua nuova iniziativa con i figli rischia di diventare un’altra prova della sua possessività.
Se lei sente di essere vista come «la madre non abbastanza capace», ogni iniziativa del marito può diventare un’altra prova della propria inadeguatezza.
A quel punto ciascuno non reagisce più soltanto al comportamento presente dell’altro. Reagisce anche alla storia che ha costruito per spiegare quel comportamento.
Se lei temesse di essere considerata inadeguata, potrebbe cercare di dimostrare ancora di più la propria competenza occupandosi direttamente dei figli.
Lui potrebbe vivere questa maggiore presenza come un’ulteriore esclusione e insistere per avere spazio.
La sua insistenza potrebbe essere letta da lei come la conferma che lui non considera sufficiente ciò che fa.
La sua resistenza potrebbe confermare a lui l’idea iniziale: «Ecco, vuole controllare tutto».
Il conflitto diventa così circolare, perché ciascuno reagisce anche al significato che attribuisce al comportamento dell’altro e, reagendo, può contribuire a produrre proprio il comportamento che confermerà la propria interpretazione iniziale. Nessuno dei due abbia necessariamente deciso di escludere o svalutare l’altra.
La storia del dentista mi è rimasta impressa perché mostra quanto può essere grande la distanza tra un gesto, l’intenzione di chi lo compie e il significato che quel gesto assume per chi lo riceve.
Sartre ci offre una prospettiva utile per considerare questa distanza: io non sono soltanto colui che vive e interpreta le proprie azioni dall’interno; esisto anche per l’altro, che mi vede da una prospettiva che non posso possedere né controllare.
Nelle relazioni si aggiunge un ulteriore problema: posso reagire non soltanto allo sguardo reale dell’altro, ma anche allo sguardo che io gli attribuisco.
Inoltre, posso fare qualcosa di analogo nella direzione opposta: posso smettere di osservare ciò che l’altro sta facendo e cominciare a leggerlo attraverso l’identità che gli ho assegnato.
«Lei è possessiva».
«Lui pensa che io sia incapace».
Quando queste definizioni diventano il punto di partenza, ogni nuovo comportamento rischia di essere utilizzato come conferma.
Uno spazio di dialogo si potrebbe apre proprio quando riusciamo a sospendere, almeno temporaneamente, queste certezze.
Non partire da:
«So perché fai così».
«So come mi vedi».
Ma provare a verificare e chiedere direttamente all’altro, senza dare per scontato.
«Quando hai detto che avresti portato tu nostro figlio, io l’ho sentito come se mi stessi dicendo che non sono abbastanza brava. Era questo che intendevi?».
Oppure, dall’altra parte:
«Quando vuoi occuparti tu di tutto ciò che riguarda i ragazzi, io lo vivo come se non ti fidassi di me come padre. È davvero questo che vuoi comunicarmi?».
La risposta potrebbe essere sì, potrebbe essere no, come potrebbe far emergere qualcosa che nessuno dei due aveva ancora formulato.
Ma almeno, per un momento, ciò che penso dell’altro, ciò che penso che l’altro pensi di me e ciò che sta realmente accadendo tornano a essere tre cose distinguibili.
Tu cosa ne pensi?



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