Scale da 1 a 10 nel coaching, Ruota della Vita e significato dell’autovalutazione

Questa mattina mi è capitato di leggere un post di Christopher Uguzzoni, condiviso da Sara Magli, sulla percezione del dolore e sui limiti della scala NRS, la Numerical Rating Scale.

Il post partiva da una domanda semplice, quella che probabilmente molti di noi si sono sentiti rivolgere almeno una volta.

«Quanto dolore hai, da 0 a 10?»

Mentre leggevo, ho pensato immediatamente alle scale che utilizziamo nel coaching.

Nella Ruota della Vita chiediamo di attribuire un valore, spesso da 1 a 10, alla soddisfazione percepita nelle diverse aree della propria vita. Usiamo scale per esplorare motivazione, fiducia, percezione di un problema, distanza da un obiettivo. Io stessa le utilizzo perché aiutano una persona a fermarsi e a collocarsi rispetto a qualcosa che, senza quella domanda, potrebbe rimanere molto generico.

La lettura del post mi ha fatto però sorgere la domanda:

Che cosa stiamo realmente misurando quando chiediamo a qualcuno di scegliere un numero?

Ho approfondito l’argomento e la prima distinzione che mi sembra necessaria riguarda proprio la parola misurare.

Uno studio di Stijic, Messerer, Meissner e Avian, pubblicato su Pain, ha analizzato 346.892 valutazioni del dolore postoperatorio raccolte attraverso la Numerical Rating Scale. Gli autori hanno utilizzato modelli di Item Response Theory per verificare una questione precisa. I valori della scala 0–10 possono essere considerati equidistanti?

Il risultato è stato negativo. Le categorie erano ordinate, ma le distanze tra i diversi valori non risultavano costanti. Gli autori concludono quindi che la NRS dovrebbe essere utilizzata come scala ordinale e non intervallare. (https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC13314459)

Questo significa, in termini semplici, che il passaggio da 2 a 4 non può essere assunto come psicologicamente equivalente al passaggio da 6 a 8. Un 8, inoltre, non rappresenta necessariamente il doppio di un 4.

Lo studio riguarda il dolore, quindi sarebbe metodologicamente scorretto prendere quei risultati e considerarli una dimostrazione del funzionamento delle scale nel coaching.

Nonostante ciò, mi sono chiesta: Quando nella Ruota della Vita chiediamo, per esempio, «da 1 a 10 quanto sei soddisfatto della tua relazione di coppia?», quel numero potrebbe essere trattato come una misura metrica oggettiva? Penso di no.

Un 8 non significa necessariamente «il doppio» di un 4. Non possiamo neppure presumere che la distanza soggettiva tra 3 e 4 sia identica a quella tra 7 e 8.

Il problema è più generale e riguarda il livello di misurazione delle risposte ordinate. Nella letteratura psicometrica esiste da tempo una discussione sulla possibilità e sulle condizioni nelle quali dati ordinali con un numero sufficiente di categorie possano essere trattati, per determinate analisi statistiche, come approssimativamente intervallari. Wu e Leung, per esempio, hanno affrontato espressamente questo problema attraverso simulazioni, mostrando anche perché la questione non può essere ridotta alla semplice presenza di numeri sulla scala. (https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/01488376.2017.1329775)

Per la Ruota della Vita, quindi, non possiamo concludere:

«Hai 4 nella coppia e 8 nel lavoro, quindi la soddisfazione lavorativa è due volte quella di coppia.»

nemmeno

«La settimana scorsa eri a 4, oggi sei a 6, quindi sei migliorato del 50%.»

Possiamo invece dire

«Oggi collochi la tua soddisfazione nella coppia a 4 e quella lavorativa a 8.»

Oppure, quando ripetiamo la domanda nel tempo:

«La settimana scorsa ti collocavi a 4, oggi a 6. Che cosa è cambiato perché tu scelga un numero diverso?»

Qui mi tornano in mente gli insegnamenti di Fabio Garganego, Andrea Splendori, Marco Splendori ed Elisabetta Rocchi, dai quali, durante la mia formazione, ho imparato a non fermarmi al numero, ma a esplorare ciò che è accaduto tra una valutazione e l’altra.

Rileggendo oggi quella domanda alla luce di queste ricerche, ne comprendo ancora meglio il senso. Il dato interessante non è semplicemente il passaggio da 4 a 6. È ciò che la persona riconosce come diverso nella propria esperienza, nei propri comportamenti o nel modo in cui guarda la situazione.

Il numero, quindi, non viene interpretato come una quantità oggettivamente misurata. Diventa l’espressione sintetica di come quella persona si colloca, in quel momento, rispetto alla questione che stiamo esplorando.

Proseguendo, ho cercato cosa sappiamo specificamente delle scaling questions utilizzate negli approcci solution-focused.

Neipp, Beyebach, Sánchez-Prada e Delgado Álvarez hanno condotto nel 2021 uno studio sperimentale con 246 partecipanti, ai quali è stato chiesto di individuare un problema personale che desideravano risolvere. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a quattro condizioni, una problem-focused e tre solution-focused basate rispettivamente su miracle question, scaling questions ed exception questions.

Prima e dopo l’intervento sono state rilevate diverse variabili, tra cui affettività positiva e negativa, autoefficacia, raggiungimento dell’obiettivo, passi d’azione e solution-focused thinking.

Un risultato riguarda direttamente il tema che mi interessava. La condizione basata sulle scaling questions ha generato più passi d’azione rispetto alle condizioni miracle ed exception. (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/1467-6427.12345)

I partecipanti erano studenti universitari e venivano osservati gli effetti immediati delle domande. Gli stessi autori rilevano che, nel complesso, le domande solution-focused e quelle problem-focused sono risultate più simili che differenti per molti degli effetti immediati studiati. Non possiamo quindi trasformare il risultato in una generica dimostrazione dell’«efficacia delle scale».

Nel 2024 Adam Abdulla ha studiato ancora più specificamente le scaling questions. Lui ha realizzato due esperimenti con complessivamente 628 adulti anglofoni provenienti da diversi Paesi, assegnati casualmente a una condizione scaling/solution-focused oppure a una condizione binary/problem-focused. Ha osservato tempo impiegato nella risposta, numero di parole scritte, aspettativa di successo e commitment.

I partecipanti sottoposti alle scaling questions hanno impiegato più tempo e scritto risposte più lunghe. L’effetto sull’aspettativa di successo e sul commitment, invece, non è risultato sufficientemente consistente tra i due esperimenti. Lo stesso autore invita quindi a non presumere che porre una domanda di scala aumenti automaticamente motivazione o impegno. (https://ijcp.nationalwellbeingservice.com/volumes/volume-5-2024/volume-5-article-3/)

Questo mi sembra un dato particolarmente utile perché ridimensiona una tentazione frequente nell’uso degli strumenti di coaching. Uno strumento può essere utile per far pensare e articolare una risposta senza che questo significhi attribuirgli effetti che la ricerca non ha dimostrato.

Tornando allora alla Ruota della Vita, se una persona scrive: Coppia 4, Lavoro 7
Tempo per me 3 – il valore maggiore dello strumento, almeno nel modo in cui scelgo di utilizzarlo, non sta tanto nel disegno finale della ruota, ma nella conversazione che nasce dal numero.

«Che cosa significa per te un 4 nella coppia?»

«Che cosa c’è già che impedisce che sia 2?»

«Come riconosceresti un 5?»

«Quale cambiamento concreto dovrebbe verificarsi?»

«Chi se ne accorgerebbe?»

«Che cosa stai già facendo che ti mantiene a 4?»

Quindi il numero diventa un’ancora conversazionale.

Questa modalità mi sembra più coerente con la tradizione solution-focused. Il numero permette di rendere più concreta una rappresentazione soggettiva e le domande successive possono trasformare una valutazione generale in descrizioni di differenze, risorse e possibili passi successivi. I risultati di Neipp e colleghi sono interessanti proprio perché suggeriscono che le scaling questions possano facilitare la generazione di passi d’azione specifici. (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/1467-6427.12345)

Trovo particolarmente rilevante quando lavoriamo con le relazioni, il fatto che due persone possono attribuire lo stesso numero a esperienze completamente diverse.

Immaginiamo due genitori che dicano entrambi:

«La comunicazione con mio figlio è 4/10.»

Per il primo, 4 potrebbe significare «parliamo, ma litighiamo spesso».

Per il secondo potrebbe significare «quasi non ci parliamo più, ma almeno risponde ai messaggi».

Numericamente sono entrambi a 4, ma ciò che stanno descrivendo è molto diverso. Ognuno ha collocato sulla scala la propria esperienza.

Questo problema si presenta ogni volta che utilizziamo scale numeriche soggettive per esplorare motivazione, fiducia, readiness, percezione delle relazioni o altri costrutti, non soltanto la Ruota della Vita. Riguarda anche l’uso di scale all’interno di strumenti e modelli come SCARF, quando siamo noi ad aggiungere una quantificazione soggettiva a dimensioni che il modello originario non pretende necessariamente di misurare in quel modo.

Quindi, una sequenza di lavoro che trovo metodologicamente coerente potrebbe essere:

Numero – significato – indicatori osservabili – differenza – azione

Per esempio:

«Da 0 a 10, quanto senti di riuscire oggi a mantenere un limite con tuo figlio?»

«5.»

«Che cosa significa concretamente 5 per te?»

«A volte riesco a non cedere.»

«Quando succede?»

«Quando non sono stanca.»

«Come ti accorgeresti di essere passata da 5 a 6?»

«Direi no senza iniziare a spiegarmi per dieci minuti.»

«Quale situazione questa settimana potrebbe permetterti di provarlo?»

A quel punto il 5 non pretende più di essere una misura psicologica precisa.

In questa maniera, ha reso esplorabile e osservabile un’esperienza che inizialmente era vaga.

Approfondendo la Ruota della Vita ho trovato anche un dato che considero importante.

Nel 2025 Kris Domokos ha pubblicato una revisione sistematica della letteratura con l’obiettivo di individuare domini di qualità della vita utilizzabili nel Positive Psychology Coaching. Sono stati inizialmente considerati 181 lavori, con 80 studi inclusi nell’estrazione finale, dai quali l’autore ha costruito un modello comprendente otto domini e 71 indicatori. Da questo lavoro propone anche una versione aggiornata della Wheel of Life. (https://www.journal.theippc.com/article/138595-the-flourishing-life-model-a-systematic-literature-review-of-the-core-life-domains-and-indicators-constituting-quality-of-life)

L’autore dichiara anche di non aver individuato evidenze empiriche sufficienti sulla reliability e validity della Wheel of Life come strumento di misurazione e indica esplicitamente la necessità di ulteriori studi sulla nuova versione proposta.

Questo impedisce, almeno allo stato delle evidenze che ho trovato, di fare un passaggio che talvolta avviene troppo facilmente nella pratica. Il fatto che uno strumento utilizzi numeri e produca un grafico non lo trasforma automaticamente in uno strumento psicometrico validato.

Per questo, nell’utilizzo della Ruota della Vita, non considero la scala numerica una misura oggettiva o diagnostica del livello di benessere. Il punteggio rappresenta una valutazione soggettiva della persona in quel momento e viene utilizzato come supporto alla riflessione, alla descrizione delle differenze percepite e all’individuazione di cambiamenti concretamente osservabili.

Sorge però una domanda: Se ripeto la stessa scala dopo alcune settimane e il numero passa da 4 a 7, posso davvero dire che c’è stato un miglioramento?

Non necessariamente, almeno non sulla base del numero soltanto.

Esiste infatti un fenomeno studiato nella ricerca sulla qualità della vita chiamato response shift. Sprangers e Schwartz lo hanno descritto come un cambiamento nel significato dell’autovalutazione dovuto a una modificazione degli standard interni della persona, dei valori che attribuisce alle diverse dimensioni oppure del modo stesso in cui concettualizza ciò che sta valutando. (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10400253/)

È vero che questa letteratura nasce soprattutto dalla ricerca sulla qualità della vita in ambito sanitario e non dimostra direttamente che ogni cambiamento nelle scale di coaching sia un response shift, ma vorrei azzardare a chiedermi: La persona che oggi dice 7 sta valutando la stessa cosa, con gli stessi criteri, della persona che un mese fa diceva 4?

Non so se la risposta possa essere ovvia, forse sì, forse sono cambiate le circostanze, forse è cambiato il suo comportamento, come potrebbe essere cambiato il metro con cui guarda quella parte della propria vita.

Per questo, se oggi una persona mi dice 4 e tra un mese mi dice 7, posso certamente registrare che la sua autovalutazione è cambiata. Prima di chiamarlo miglioramento, però, voglio sapere cosa significa oggi quel 7, che cosa è concretamente diverso e quali comportamenti o situazioni hanno contribuito al cambiamento.

Alla fine, una scala da 1 a 10, nel coaching può servire a rendere più definita un’esperienza vaga, far emergere differenze, individuare ciò che già funziona e trasformare un obiettivo generale in un cambiamento che la persona sarebbe concretamente in grado di riconoscere.

Sorrido, perché, guardando indietro, sono partita da un post sul modo in cui misuriamo il dolore per arrivare a interrogarmi su qualcosa che faccio nel mio lavoro.

Soprattutto, ho capito che, quando chiedo «da 1 a 10?», il mio lavoro non finisce, ma comincia proprio da qui.

Chiudo questa riflessione con una piccola premessa personale. I miei studi nel coaching sono iniziati solo qualche anno fa e so che molti coach hanno alle spalle un’esperienza e una conoscenza molto più ampie delle mie.

Mi scuso quindi se alcune considerazioni possono apparire scontate a chi lavora in questo campo da molto tempo.

La mia curiosità, però, mi porta continuamente a chiedermi perché utilizziamo un determinato strumento, che cosa ci permette realmente di osservare e quali limiti dobbiamo riconoscere.



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