Gruppi di Parola

https://youtu.be/GnHqGq1G4MU?si=u86f-NtOHiUlA5ko

Dare voce ai figli nella separazione dei genitori

Nel cortometraggio Il bambino e la bestia –https://www.studiosoi.de/beasthttps://www.studiosoi.de/beast – The Little Boy and the Beast (2009), regia di Uwe Heidschötter e Johannes Weiland, sceneggiatura di Marcus Sauermann, produzione Studio Soi per ZDF – una madre, sopraffatta dal dolore della separazione, si trasforma in una creatura pelosa, triste, arrabbiata, incapace di occuparsi persino delle cose più semplici della quotidianità.

Il figlio assiste a questa trasformazione. La mamma che conosceva sembra scomparsa e mentre avrebbe bisogno di essere rassicurato, è lui a prendersi cura di lei. Impara ad aspettare, ad adattarsi ai suoi stati d’animo, assecondando i suoi sbalzi d’umore e a non chiedere troppo. Anche il papà attraversa la propria sofferenza, con tempi diversi.

Il cortometraggio utilizza la trasformazione in mostro come metafora del dolore emotivo provocato da una separazione. La prospettiva infantile permette di rappresentare sentimenti complessi, come la tristezza, la solitudine e l’incertezza, attraverso immagini facilmente comprensibili. Il racconto sottolinea inoltre come i genitori possano attraversare momenti di fragilità senza perdere definitivamente la capacità di amare i figli.

È una metafora che racconta qualcosa che accade spesso nelle separazioni. I genitori, totalmente assorbiti dal proprio dolore, non riescono più a vedere quello dei figli.

L’attenzione si concentra prevalentemente sulle questioni giuridiche ed economiche come affidamento, mantenimento, casa familiare, organizzazione dei tempi con i figli, organizzazione della vita quotidiana. Nel frattempo, i figli affrontano un cambiamento che non hanno scelto e che spesso non riescono a comprendere o a esprimere.

 Quindi, quale spazio hanno per esprimere ciò che provano? Perché la separazione comporta anche per loro un’esperienza di perdita, di un vero lutto della vita familiare. Perdono la famiglia così come l’hanno conosciuta, la quotidianità condivisa, la sicurezza di ritrovare mamma e papà sotto lo stesso tetto. Perdono anche l’immagine di un futuro familiare che avevano immaginato diverso.

Cambiano le abitudini, la presenza quotidiana dei genitori, talvolta le relazioni con altri familiari. Possono emergere dolore, rabbia, paura, senso di colpa e conflitti di lealtà. Alcuni bambini si sentono responsabili di quanto accaduto, altri pensano di poter riconciliare i genitori, altri cercano di proteggere il genitore che vedono soffrire di più o rinunciano a esprimere i propri sentimenti e imparano a tacere per paura di provocare nuove discussioni o di ferire mamma e papà.

Così, mentre gli adulti cercano di ricostruire la propria vita, i figli rimangono soli con emozioni che non sanno riconoscere o esprimere. Una sofferenza che, soprattutto quando si accompagna a conflitti familiari persistenti, può incidere sulla fiducia negli altri e sulla capacità di costruire relazioni affettive e sociali anche negli anni successivi.

I Gruppi di Parola per figli di genitori separati nascono per accompagnare bambini e adolescenti nell’elaborazione di questa esperienza, offrendo uno spazio protetto nel quale mettere parole sul dolore, dare un significato ai cambiamenti familiari e confrontarsi con coetanei che vivono situazioni simili.

Sono interventi di prevenzione, generalmente organizzati in quattro incontri settimanali di due ore per i bambini, con percorsi adattati agli adolescenti. I gruppi sono composti da pochi partecipanti di età omogenea, massimo 8, e accompagnati da due conduttori formati.

Il percorso inizia con un colloquio preliminare durante il quale i due conduttori incontrano ciascuna coppia di genitori insieme, separatamente dalle altre famiglie. Vengono illustrati gli obiettivi, le modalità di svolgimento e le regole di riservatezza. La partecipazione del figlio richiede il consenso scritto di entrambi i genitori.

La parola è lo strumento principale, affiancato dal disegno, dal collage, dai racconti e dalle attività espressive. I bambini possono parlare delle proprie emozioni, condividere dubbi e paure, ascoltare esperienze diverse e riconoscere che non sono soli.

Un lavoro specifico riguarda la distinzione tra ciò che possono e ciò che non possono cambiare: possono desiderare che i genitori tornino insieme, ma non hanno il potere di riconciliarli; possono voler bene a entrambi senza dover scegliere; possono essere arrabbiati, tristi o spaventati senza sentirsi responsabili della sofferenza degli adulti.

È un passaggio che li aiuta ad affrontare il senso di impotenza, a liberarsi dalla responsabilità di risolvere i problemi dei genitori e a riconoscere il proprio diritto di mantenere legami affettivi senza dover scegliere da che parte stare.

Il conduttore garantisce un ambiente sicuro, accoglie le parole dei bambini senza interpretarle o giudicarle e facilita il confronto tra i partecipanti. Anche il silenzio viene rispettato, nessuno è obbligato a raccontare la propria esperienza.

Il gruppo diventa così un’esperienza concreta di relazione e fiducia, nella quale i figli possono sperimentare relazioni di ascolto e fiducia, che possono continuare anche oltre il percorso. Sperimentano che il dolore può essere condiviso e che le difficoltà possono essere affrontate anche attraverso la parola, anziché rimanere inespressi o tradursi in comportamenti aggressivi verso sé stessi o gli altri.

Un momento particolarmente significativo è la lettera collettiva e anonima che i bambini preparano per i genitori. Attraverso questa lettera i figli possono comunicare pensieri, emozioni e bisogni che spesso non riescono a esprimere direttamente. Nessuna frase viene attribuita al singolo bambino.

Durante l’ultimo incontro, i genitori ascoltano la lettera e rispondono insieme, attraverso un messaggio collettivo rivolto a tutti i bambini. È un momento nel quale gli adulti vengono invitati ad ascoltare la voce dei figli, riconoscendone i vissuti. Si apre così una possibilità di comunicazione che può proseguire anche oltre il gruppo.

L’obiettivo è aiutare i figli a diventare partecipanti attivi nel processo di cambiamento della propria famiglia, sostenendo la continuità dei legami e la capacità di costruire relazioni di fiducia anche in futuro.

A conclusione del percorso, i due conduttori incontrano nuovamente ciascuna coppia genitoriale per una restituzione del lavoro svolto, rispettando la riservatezza delle confidenze personali o i contenuti riservati emerse nel gruppo.

Il Gruppo di Parola può così avviare un processo di elaborazione che continua nella vita familiare, aiutando i figli a dare un significato alla separazione, a riconoscere le proprie risorse e a vivere i cambiamenti senza assumersi responsabilità che appartengono agli adulti, soprattutto a comprendere che, pur cambiando la famiglia, i legami possono continuare.

Il ruolo degli avvocati

Gli avvocati sono i primi professionisti a entrare in contatto con i genitori durante la separazione. Questa posizione offre loro un’opportunità concreta di far conoscere strumenti di sostegno fin dall’inizio, strumenti che riguardano anche i figli. In questo modo la gestione della crisi familiare non resta concentrata solo sulle questioni giuridiche e sulle esigenze degli adulti.

La tutela dei minori non può esaurirsi nella definizione di un accordo sull’affidamento o sul mantenimento. I figli hanno bisogno anche di essere ascoltati e accompagnati nell’elaborazione della separazione.

La mediazione familiare e i Gruppi di Parola rappresentano due interventi complementari. La prima accompagna i genitori nella riorganizzazione delle loro responsabilità; i secondi offrono direttamente ai figli uno spazio per elaborare ciò che stanno vivendo, coinvolgendo anche gli adulti.

Come avvocata, mediatrice familiare e conduttrice di Gruppi di Parola, credo che questa collaborazione debba diventare parte del nostro modo di affrontare le separazioni.

Credo che proprio da questa collaborazione tra avvocati, mediatori familiari e professionisti formati nell’ascolto dei minori possa svilupparsi un diverso modo di accompagnare le famiglie nella separazione.

Un accordo giuridico può definire come sarà organizzata la vita familiare, ma prendersi cura della famiglia durante la separazione significa riconoscere che anche i figli hanno bisogno di essere ascoltati, accompagnati e coinvolti nei cambiamenti che riguardano la loro vita.

Ripenso al bambino del cortometraggio, che aspetta pazientemente che la mamma torni a essere quella di prima.

Mentre aspetta che i suoi genitori superino il proprio dolore, chi si accorge del suo?

È una domanda che dovremmo porci tutti, soprattutto noi professionisti che incontriamo le famiglie nel momento della separazione.

I figli non sono spettatori della separazione. La vivono, ne subiscono i cambiamenti e hanno bisogno di uno spazio nel quale poter dare voce alla propria esperienza.

Gli avvocati possono essere i primi a riconoscere questo bisogno e a orientare i genitori verso un percorso capace di accoglierlo.

Accompagnare una famiglia dopo la separazione richiede un approccio interdisciplinare, in cui avvocati, mediatori familiari, psicologi, commercialisti e altri professionisti collaborino, ciascuno con le proprie competenze, per favorire la riorganizzazione familiare e costruire nuovi equilibri, senza perdere di vista i bisogni emotivi e relazionali dei figli, che meritano di essere ascoltati e accompagnati in questo cambiamento.


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