“Message d’amour des dauphins”, Sandro Del Prete

Non guardiamo il mondo. Lo interpretiamo.

Davanti a un’immagine ambigua alcune persone vedono dei delfini, altre una coppia di innamorati. Nessuna delle due letture è sbagliata. Nessuna è più intelligente dell’altra. Eppure quella prima percezione dice molto di più di quanto sembri. Dice con quale lente guardiamo il mondo. Dice quali immagini il nostro cervello riconosce come familiari. Dice che tipo di esperienze ci abitano.

Il punto non è l’immagine in se, ma la nostra lente.

Con il tempo, crescendo, accumuliamo filtri, che servono a orientarci, a proteggerci, a dare un senso alle cose. Ma spesso smettiamo di accorgerci che sono semplicemente dei filtri e li scambiamo per realtà da cui nasce la convinzione pericolosa, che ciò che vediamo sia “com’è davvero”.

I bambini prima guardano, mentre gli adulti prima interpretano. I bambini colgono l’insieme, gli adulti cercano subito di nominare, definire, classificare, perché hanno imparato che il mondo va controllato attraverso le parole.

Questo scarto diventa decisivo nei contesti educativi.

Quando l’adulto non si accorge della propria lente

Nella maggior parte delle situazioni quotidiane non esistono fatti oggettivamente positivi o negativi. Esistono eventi. A trasformarli in qualcosa di buono o di cattivo è il significato che diamo loro. Quel significato non nasce nel vuoto, dal nulla, nasce dai nostri trigger, dalle esperienze passate, dalle ferite che ci portiamo dietro senza rendercene conto.

A scuola questo meccanismo si amplifica, perché l’adulto/docente non è solo una persona, ma è un riferimento, un’autorità simbolica, è uno specchio in cui il ragazzo si guarda per capire chi può essere o non essere.

Quando un docente parla, non trasmette solo contenuti, ma trasmette un modo di stare nel mondo. Trasmette cosa è accettabile e cosa no, cosa è nominabile e cosa va corretto, cosa è tollerabile e cosa provoca imbarazzo.

Spesso inconsapevolmente.

Una parola, un giudizio, una vergogna che resta

Recentemente, mi è capitato di assistere ad una scena apparentemente insignificante, ma estremamente eloquente.

Mi trovavo in una scuola, quando uno studente si è rivolto ad una compagna usando il termine “femmina”. Un’espressione detta senza enfasi, senza provocazione evidente, usata quasi come uno slang. La docente presente è intervenuta subito, correggendolo: non si dice “femmina”,“femmina” è la femmina dell’animale, bisogna dire “ragazza”. Po ha aggiunto che usare il termine “femmina” è dispregiativo, che, appunto, rimanda alla femmina dell’animale e che quindi non andava usato.

Quel momento è durato pochi secondi, ma è stato paralizzante. Dentro, in quel tempo brevissimo, sono successe molte cose.

Non è stata corretta solo una parola. È stato espresso un giudizio. È stata attribuita a quella parola una connotazione negativa forte. È stata letta un’intenzione che forse non c’era. E soprattutto si è prodotto un effetto emotivo immediato. La vergogna.

Non importa se lo studente volesse essere irrispettoso o no. La vergogna funziona allo stesso modo. Blocca. Fa chiudere. Fa imparare una cosa molto precisa. Meglio stare attenti. Meglio non parlare. Meglio non sbagliare.

Così l’educazione diventa controllo e il linguaggio, invece di essere uno strumento di consapevolezza, diventa un campo minato.

Non stiamo educando solo al rispetto. Stiamo educando a come ci si sente quando si sbaglia

Questo è il punto che spesso sfugge.

Quando correggiamo un ragazzo, non stiamo solo insegnando una regola. Stiamo insegnando cosa succede quando non la rispetta. Se succede umiliazione, apprenderà paura. Se succede rigidità, apprenderà chiusura. Se succede ascolto, apprenderà responsabilità.

La neuroscienza educativa lo dice chiaramente. Non c’è apprendimento senza emozione e l’emozione che accompagna l’apprendimento resta più a lungo del contenuto stesso.

Molti di noi, adulti, sono stati educati attraverso il giudizio, la correzione secca, l’idea che l’errore definisca il valore. Il problema è che, senza accorgersene, lo riproduciamo, non per cattiveria, per puro automatismo.

È qui che entra in gioco la nostra responsabilità adulta.

Quello che spesso dimentichiamo, come adulti ed educatori, è che non sono gli eventi in sé a essere vissuti come negativi o minacciosi, ma il significato che ciascuno attribuisce a quegli eventi. Questo è un punto centrale già messo in luce dallo psicologo, matematico e pedagogista statunitense George Kelly con la teoria dei costrutti personali.

Secondo questa prospettiva, non esistono situazioni buone o cattive per definizione. Esistono letture soggettive della realtà, costruite nel tempo attraverso le esperienze, le aspettative, le relazioni significative.

Una stessa situazione, come parlare davanti a una classe o sostenere un’interrogazione, può attivare emozioni simili, come l’ansia, ma poggiare su costrutti profondamente diversi. Per qualcuno è in gioco il proprio valore personale agli occhi dei pari, per qualcun altro il rispetto familiare, la stima, il timore di deludere.

È un lavoro che richiede una sospensione radicale del giudizio, perché dietro la stessa emozione possono esserci mondi interiori completamente differenti.

Trasportato nel contesto educativo, questo ci pone una domanda scomoda ma necessaria. Prima di etichettare un comportamento, una parola o una reazione come “sbagliata”, siamo disposti a chiederci quale costrutto personale ci stia parlando in quel momento? Siamo disposti a riconoscere che ciò che per noi è un dettaglio linguistico, per un ragazzo può toccare il valore, l’identità, l’appartenenza?

In questo senso, educare significa anche rinunciare all’interpretazione immediata e scegliere l’ascolto del significato. È qui che la nostra lente fa davvero la differenza.

Lasciare il bagaglio alla porta è segno di maturità

Un docente, come un mediatore, non può permettersi di usare i ragazzi come contenitori delle proprie rigidità interiori. Non può scaricare su di loro battaglie linguistiche, culturali o personali senza prima interrogarsi su ciò che sta facendo.

Questo non significa rinunciare alle regole. Significa scegliere come trasmetterle.

Si può educare al linguaggio senza demonizzare. Si può spiegare una scelta linguistica senza umiliare. Si può guidare senza giudicare. Serve una cosa sola. Consapevolezza.

La consapevolezza che ciò che per noi è ovvio, per un ragazzo non lo è. La consapevolezza che una parola, prima di essere corretta, va capita nel contesto. La consapevolezza che ogni intervento lascia una traccia emotiva, lascia, come spesso spiega la prof. Daniela Lucangeli, una cicatrice. (https://www.facebook.com/reel/2158195484716449)

I ragazzi non ereditano solo cultura. Ereditano il nostro modo di guardare

Diciamo spesso che la scuola trasmette sapere. È vero. Ma trasmette anche molto altro. Trasmette come si gestisce un errore. Come si vive un conflitto. Come si usa il potere. Come si reagisce alla differenza.

I ragazzi non nascono giudicanti. Imparano a giudicare osservando. Non nascono ansiosi. Imparano l’ansia in ambienti che la producono. Non nascono vergognandosi delle parole. Imparano la vergogna quando ogni parola può essere usata contro di loro.

Per questo il parallelo con l’immagine iniziale è così potente. Non è importante cosa vedi. È importante essere consapevole che stai vedendo attraverso una lente.

Forse che il vero compito dell’adulto oggi non è insegnare ai ragazzi cosa devono vedere, ma insegnare loro che esistono più modi di guardare e che nessuno di questi autorizza a togliere dignità all’altro.

Perché educare, in fondo, non è riempire, ma non deformare.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *