
The Outcast, Richard Redgrave, 1851
Un lavoro professionale che incide sul futuro dei figli
Nel lavoro con le famiglie in fase di separazione emerge con chiarezza un dato che spesso viene sottovalutato: non è la fine della relazione di coppia a generare il disagio maggiore, ma il modo in cui il conflitto viene gestito dopo la rottura. Quando la separazione non è accompagnata da un percorso consapevole di riorganizzazione delle relazioni, il conflitto tende a cronicizzarsi, a spostarsi dal piano coniugale a quello genitoriale e a produrre effetti diretti sul benessere dei figli.
La mediazione familiare interviene esattamente in questo spazio, che non è né terapeutico né giudiziario, ma relazionale e decisionale. Il suo obiettivo non è ricomporre la coppia, né attribuire responsabilità, bensì accompagnare i genitori nella costruzione di una nuova forma di alleanza, fondata sulla responsabilità condivisa e sulla tutela concreta dei figli.
L’analisi della domanda: il primo snodo che fa la differenza
Uno degli aspetti più delicati e spesso trascurati è l’analisi della domanda. Le coppie arrivano portando richieste apparentemente chiare (“non riusciamo a comunicare”, “litighiamo per i figli”, “vogliamo accordarci”), ma dietro queste formulazioni si muovono bisogni emotivi non riconosciuti, aspettative implicite e, talvolta, la speranza che un professionista “certifichi” che uno dei due abbia ragione.
Qui la differenza la fa la capacità professionale di leggere cosa sta davvero accadendo. Spesso la “questione contingente” non è il problema. Il problema è il pattern, cioò il modo ripetitivo con cui i partner si innescano e si rispondono. I contenuti dei litigi possono cambiare (casa, soldi, figli, scelte quotidiane), ma ciò che mantiene la crisi è la dinamica, il ciclo di interazione (Johnson, 2013). Questo passaggio è prezioso anche in mediazione familiare, perché ci consente di non restare intrappolati nella discussione infinita sui dettagli e di riportare il lavoro sul punto decisivo: “che cosa succede tra voi, ogni volta, quando la tensione sale?”.
Rallentare il ciclo: dalla reazione automatica alla scelta responsabile
Un contributo fondamentale dell’approccio focalizzato sulle emozioni è l’idea di “rallentare” per rendere osservabile ciò che, nel conflitto, diventa automatico: escalation, attacco, ritiro, sarcasmo, controllo, silenzio. Quando il ciclo è veloce, i genitori agiscono “di pancia” e poi spiegano razionalmente ciò che è accaduto. Quando il ciclo viene rallentato, invece, si crea uno spazio di scelta: si può riconoscere l’emozione che sta sotto il comportamento e quindi cambiare risposta (Greenberg, 2000/2004; Johnson, 2013).
Nella pratica di mediazione familiare questa fase è decisiva perché permette una trasformazione concreta e si passa dalla comunicazione accusatoria (“tu non ci sei mai”, “sei sempre così”, “fai tutto di testa tua”) a una comunicazione funzionale, che non deve essere “dolce”, ma deve essere chiara e utilizzabile per prendere decisioni genitoriali.
Emozioni primarie e secondarie: perché la rabbia non è quasi mai il vero tema
Nei conflitti di separazione la rabbia è spesso la punta dell’iceberg. Sotto la rabbia, nella maggior parte dei casi, ci sono emozioni primarie legate alla vulnerabilità – paura, tristezza, senso di abbandono, vergogna, solitudine – che vengono espresse in modo secondario attraverso protesta, attacco o controllo (Hislop, 2016; Johnson, 2013). In mediazione questo cambia tutto. Se io tratto solo la rabbia, provo a “far abbassare i toni” e ottengo risultati temporanei; se invece riconosco che quella rabbia è spesso una protesta di attaccamento (Johnson & Millikin, 2001), allora capisco perché l’altro reagisce ritirandosi o contrattaccando e perché il ciclo si ripete.
Questo significa leggere la dinamica emotiva per contenere l’escalation e riportare i genitori su un terreno pratico, dove possono tornare responsivi l’uno all’altro in funzione dei figli.
I cicli tipici: attacco-ritiro e la “danza” che mantiene il conflitto
Molte coppie, anche dopo la separazione, restano intrappolate in una danza rigida: uno protesta, critica, incalza; l’altro si difende, minimizza, si ritira. Più uno incalza, più l’altro si chiude; più l’altro si chiude, più il primo alza i toni. Questo schema è estremamente frequente nella genitorialità post-separativa quando la gestione dei figli diventa l’arena in cui il ciclo si perpetua.
La mediazione familiare, quando è condotta con metodo, consente di ridefinire il problema non come “tu sei il problema”, ma come “noi due entriamo in questo ciclo negativo” (Johnson, 2012; Johnson, 2013). Questo sposta il focus da colpe e rivendicazioni a responsabilità e cambiamento, che è l’unico terreno su cui si possono costruire accordi efficaci e stabili.
Il figlio non è il problema, ma il soggetto da proteggere
Nel mio lavoro, il figlio non è mai usato come leva emotiva. È il criterio operativo. Ogni decisione viene valutata rispetto a ciò che garantisce continuità, sicurezza emotiva e prevedibilità nella vita del minore. Quando il conflitto genitoriale resta acceso, i figli possono essere esposti a triangolazioni, messaggi impliciti, richieste di lealtà, adultizzazione. Anche quando non ci sono “litigi”, la tensione relazionale può essere costante e corrosiva.
La funzione della mediazione, qui, è proteggere il figlio dal conflitto cronico non con frasi morali, ma con scelte concrete traslate in confini comunicativi, regole di contatto, gestione delle decisioni, accordi sostenibili.
Traumi di attaccamento: quando un evento rompe la fiducia esistenziale
Un aspetto fondamentale riguarda i traumi di attaccamento. La ferita non è solo “l’evento”, ma il fatto che in quel momento l’altro non sia stato emotivamente supportivo (Johnson, 2012). Nella separazione questo ha effetti profondi: la fiducia esistenziale si incrina e qualunque segnale successivo può essere letto come minaccia.
In mediazione familiare, riconoscere questi traumi è utile per due ragioni: primo, spiega perché alcuni genitori reagiscono in modo sproporzionato a stimoli minimi; secondo, consente di evitare che la ferita di coppia si trasformi in sabotaggio genitoriale. Non serve “curare” il trauma (questo è lavoro clinico), ma serve sapere che esiste, perché altrimenti si interpreta male la rigidità, il controllo o l’evitamento, e si fallisce nel costruire accordi.
Quando la terapia di coppia non è indicata e la mediazione diventa la strada corretta
Quando una coppia è in via di separazione o ha obiettivi incompatibili, la terapia di coppia può non essere indicata; in questi casi è consigliabile indirizzare verso la mediazione familiare. Questo è un dettaglio che non va trascurato. È fondamentale saper distinguere setting, obiettivi e strumenti, e lavorare in rete. Mediazione significa anche saper dialogare con avvocati, servizi, psicologi, e costruire un percorso coerente senza sovrapporre ruoli.
Dipendenza affettiva e co-dipendenza: quando la separazione non separa davvero
Uno degli aspetti più complessi è quando la separazione giuridica non produce una separazione relazionale reale. Sto parlando delle dipendenze affettive, di quelle dinamiche che, se non riconosciute, alimentano conflitti infiniti: ambivalenza, dissociazione (“normalizzare” prevaricazioni), bisogno sfrenato dell’altro, paura dell’abbandono, richiesta di continue conferme, alternanza tra protesta e asservimento (Norwood, 1985; Borgioni, 2015).
In mediazione familiare questo si traduce spesso in decisioni sui figli che diventano strumenti per mantenere il legame (anche negativo), messaggi continui, controllo sull’altro, difficoltà a rispettare i confini. Se non si legge questa matrice, si rischia di trattare il caso come “semplice disaccordo genitoriale” e invece si è dentro una dinamica di dipendenza/controdipendenza che richiede regole comunicative chiare e, talvolta, l’invio parallelo a percorsi individuali.
Il triangolo drammatico: Vittima-Persecutore-Salvatore e la trappola relazionale
Il triangolo drammatico di Karpman è una lente potente: quando i ruoli ruotano tra vittima, persecutore e salvatore, la relazione resta in un circuito che non produce responsabilità, ma dipendenza dal conflitto (Karpman, 1968). In alcune separazioni è esattamente ciò che accade: un genitore si posiziona come vittima, l’altro come persecutore; poi i ruoli si ribaltano; nel mezzo spesso c’è un figlio “salvatore” o un nuovo partner trascinato nel gioco.
La mediazione familiare interrompe questo circuito non “dando torti e ragioni”, ma rimettendo ciascuno nel proprio ruolo adulto e genitoriale, con confini e compiti definiti. È un lavoro che richiede fermezza, neutralità e capacità di non colludere con le narrazioni.
Empatia, non giudizio, validazione: la base etica per reggere l’alta conflittualità
Empatia, non giudizio e validazione del vissuto sono strumenti relazionali essenziali per creare sicurezza e impedire collusioni (Johnson, 2013). In mediazione, questo significa far sentire entrambi ascoltati senza schierarsi, riconoscere il vissuto senza trasformarlo in “verità”, mantenere il focus sul processo e sugli accordi.
Il lavoro del professionista sta nel reggere la tensione senza diventare arbitro, moralista o terapeuta improvvisato. Tenere la rotta significa stare nel conflitto senza esserne risucchiati.
Come si lavora concretamente in mediazione familiare
La mediazione, per essere efficace, deve produrre due cose insieme: contenimento del conflitto e struttura decisionale. Il lavoro, in modo sintetico, passa attraverso passaggi molto concreti.
- Chiarificazione del mandato e del perimetro
Si definisce cosa si può trattare in mediazione (scelte e accordi) e cosa richiede altri interventi (es. trattamenti clinici, tutela in caso di violenza). Questo rende il percorso credibile e sicuro.
- Mappatura del ciclo conflittuale
Si individua il pattern che mantiene l’escalation (attacco–ritiro, controllo–evitamento, accuse–difese). Quando il ciclo viene nominato e riconosciuto, diventa gestibile.
- Regole comunicative e gestione dell’escalation
Si stabiliscono modalità di comunicazione che riducono l’automatismo: tempi, canali, contenuti, stop, ripartenze. Non per “essere gentili”, ma per essere efficaci.
- Agenda decisionale centrata sui figli
Si lavora su ciò che serve davvero: organizzazione, routine, scelte scolastiche, comunicazioni, salute, tempo, transizioni, regole educative minime condivise, gestione dei cambiamenti.
- Verifica di sostenibilità
Un accordo è valido quando è praticabile nel quotidiano. La mediazione controlla la tenuta concreta, non solo la coerenza teorica.
Output concreti: cosa porta a casa una coppia
Chi intraprende un percorso serio si aspetta risultati tangibili. In mediazione, gli output più solidi sono:
- un modello di comunicazione essenziale e non reattivo
- confini chiari tra ruolo genitoriale e conflitto di coppia
- regole condivise sulle questioni principali del figlio
- un piano di gestione dei conflitti futuri (cosa fare quando “torna il ciclo”)
- accordi sostenibili, aggiornabili, pensati per durare nel tempo
Regole comunicative minime che salvano la genitorialità
Senza creare “manuali”, ci sono principi operativi che in alta conflittualità fanno davvero la differenza:
- parlare per obiettivi, non per colpe (cosa serve al figlio adesso?)
- distinguere fatti, interpretazioni, emozioni (evita la guerra semantica)
- ridurre l’ambiguità (meno allusioni, più chiarezza)
- evitare triangolazioni (il figlio non è messaggero né arbitro)
- riconoscere il ciclo (“ci siamo, sta ripartendo: fermiamoci”)
Queste regole non cambiano la storia passata, ma cambiano la qualità del futuro.
Conclusione
La mediazione familiare è un lavoro silenzioso ma decisivo. Non promette miracoli, promette metodo, struttura e responsabilità. Integrare strumenti di lettura come – cicli di interazione, emozioni primarie e secondarie, ferite di attaccamento – non significa fare terapia, ma fare mediazione con maggiore precisione, responsabilità e professionalità. È fondamentale capire cosa mantiene la crisi, ridurre l’escalation, rendere possibile una nuova alleanza genitoriale realistica.
Se ti riconosci in una separazione che “continua” anche dopo la fine della coppia, o se senti che la comunicazione è diventata un terreno minato, è possibile lavorare in modo concreto per proteggere i figli e rendere più stabile il nuovo assetto familiare. La domanda non è se il conflitto esista, ma se vuoi che continui a decidere al posto tuo.
Come mediatrice familiare, sono qui per affiancare te e l’altro genitore in un percorso di riorganizzazione della relazione genitoriale dopo la separazione, aiutandovi a prendere decisioni consapevoli, ridurre il conflitto e proteggere il benessere dei vostri figli.
Bibliografia
- Borgioni M. (2015), Dipendenza e controdipendenza affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota, Roma, Alpes Italia.
- Goleman D. (2011), Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici, Milano: Bur.
- Greenberg L., Paivio S. (2000) [ed. 2004], Lavorare con le emozioni in psicoterapia integrata, Sovera Multimedia.
- Hislop V. (28 genn. 2016), The Iceberg Theory of Anger, video YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=_IYVERgTR84
- Johnson S., Greenberg L. (1995), The Emotionally focused approach to problems in adult attachment, in N.S. Jacobson & A.S. Gurman (Eds.), Clinical handbook of couple therapy, pp. 121–141, New York: Guilford.
- Johnson S., Millikin J. (2001), Attachement Injuries in Couple Relationships: a new perspective on impasses in couples therapy, Journal of Martial and Family Therapy, 27(2), 145–155.
- Johnson S. (2012), Stringimi forte. Sette passi per una vita piena d’amore, Sassari: Istituto di Scienze Cognitive.
- Johnson S. (2013), Creare relazioni. Manuale di Terapia di Coppia Focalizzata sulle Emozioni, Sassari: Istituto di Scienze Cognitive.
- Johnson S., Makinen J. (2001), Attachmen injuries couple relationships: a new perspecive on impasses couples Therapy, Journal of martial and Family Therapy, 27(2), 145–155.
- Karpman S.B. (1968), Fairy Tales and Script Drama Analysis, in Transactional Analysis Bullettin, vol. VII, n. 26, pp. 39–43.
- Minolli M. (2016), Che aspetti ad andartene? L’amore nella cultura iper-moderna, Roma: Alpes Italia.
- Norwood R. (1985), Donne che amano troppo, Milano: Feltrinelli.
- Shaver P., Hazan C. (1993), Adult romantic attachment: Theory and evidence. Advences in personal relationship, in Perlman D., Jones W., London PA: Jessica Kingsley.



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