Adolf Hölzel, Mädchen mit Schubkarre (Girl with Wheelbarrow), ca. 1895


Un recente conflitto personale mi ha riportata a una domanda che ho sentito fare molte volte a Massimiliano Ferrari durante i suoi percorsi con Medianos: “È possibile mettere un elefante in una carriola?”. La prima reazione è quasi sempre cercare il tranello. In realtà un elefante in una carriola può essere messo, basta immaginare una carriola sufficientemente grande. Poi Massimiliano cambia oggetto. Possiamo mettere il rispetto in una carriola? La comprensione? Il riconoscimento? La fiducia? No. Introduce così il tema delle nominalizzazioni.

Avevo ascoltato molte volte questa spiegazione e ne conoscevo il significato. Ma alcune parole si comprendono diversamente quando, invece di incontrarle in un’aula di formazione, ci si trova dentro la situazione che descrivono. A me è successo con la parola rispetto.

Durante un recente conflitto personale, il rispetto è diventato uno dei punti della discussione. Apparentemente era una parola chiarissima. Probabilmente entrambi avremmo saputo spiegare che cosa significa essere rispettati e avremmo concordato sul fatto che il rispetto sia necessario in una relazione, eppure stavamo discutendo proprio di quello.

A un certo punto mi sono resa conto del paradosso: utilizzavamo la stessa parola senza avere necessariamente lo stesso significato in mente. Il problema non era soltanto stabilire chi avesse ragione. Prima ancora c’era una domanda diversa: quando dico “rispetto”, che cosa sto chiedendo concretamente all’altra persona? Quella domanda mi ha riportata alla carriola di Massimiliano.


Quando un processo diventa una cosa

In linguistica, la nominalizzazione è il processo attraverso il quale un verbo, un aggettivo o un altro elemento linguistico viene trasformato in un nome. Decidere diventa decisione. Comprendere diventa comprensione. Riconoscere diventa riconoscimento. Collaborare diventa collaborazione. Il fenomeno è del tutto normale e necessario alla lingua. Le nominalizzazioni permettono di sintetizzare concetti complessi, costruire categorie, collegare parti di un discorso e parlare di eventi e processi come oggetti del pensiero. Non c’è quindi nulla di problematico, in sé, nella parola rispetto.

Il punto diventa interessante quando osserviamo che cosa può accadere durante una relazione o un conflitto. Nel Meta Modello elaborato da Richard Bandler e John Grinder negli anni ’70, la nominalizzazione viene osservata proprio perché può trasformare linguisticamente un processo in qualcosa che appare statico. Una relazione non è propriamente una cosa: due persone si relazionano. La comunicazione non è qualcosa che semplicemente esiste o non esiste: due persone comunicano in determinati modi. E il rispetto? Qualcuno rispetta qualcuno, in una determinata situazione, attraverso determinati comportamenti.

Quando trasformiamo tutto questo nel sostantivo rispetto, molta informazione può scomparire. Chi dovrebbe rispettare chi? In quale situazione? Facendo che cosa? Evitando quale comportamento? Come dovrebbe accorgersene l’altra persona? La parola rimane. Il processo che la compone può diventare invisibile.

“Voglio essere rispettata” è una richiesta comprensibile, ma non è ancora una richiesta sulla quale sia facile costruire un accordo. Potremmo chiedere alla persona che cosa intende per rispetto. Potrebbe rispondere: “Essere considerata”. Abbiamo però ottenuto un’altra parola astratta. Che cosa significa, concretamente, essere considerata? La domanda può allora cambiare: “Che cosa dovrebbe fare l’altra persona perché tu possa dire: in questo momento mi sta rispettando?“. La risposta potrebbe essere: “Vorrei che mi lasciasse finire di parlare prima di rispondermi”. Ora abbiamo qualcosa di diverso. Non interrompere una persona mentre parla è un comportamento osservabile. Possiamo sapere se accade oppure no. Possiamo discuterne. Possiamo formulare una richiesta. Possiamo eventualmente costruire un accordo. Il passaggio è piccolo linguisticamente, ma molto rilevante sul piano relazionale: rispetto, rispettare, che cosa fa concretamente una persona quando mi rispetta? La parola astratta torna al processo dal quale era stata separata.


Due persone possono volere entrambe “rispetto” e chiedere cose opposte

La riflessione nata dal mio conflitto personale è andata però oltre. Mi sono chiesta se il problema delle nominalizzazioni non sia soltanto quello di rendere astratto un comportamento. C’è un problema precedente: la stessa nominalizzazione può contenere criteri diversi per persone diverse. Prendiamo ancora il rispetto. Per una persona può significare: “Se siamo in disaccordo, non alzare la voce”. Per un’altra: “Anche quando sei arrabbiato, dimmi apertamente quello che pensi”. Per qualcuno può significare non essere interrotto. Per qualcun altro ricevere una risposta immediata. Per una persona rispettare la privacy significa non fare domande. Per un’altra interessarsi e chiedere significa dimostrare attenzione. La parola è identica. Le azioni che ciascuno associa alla parola possono essere differenti e, qualche volta, incompatibili.

Così due persone possono pronunciare una frase apparentemente incontestabile, “in questa relazione manca il rispetto”, e riferirsi a due esperienze completamente diverse. Se rimangono entrambe dentro la nominalizzazione, possono discutere a lungo su chi rispetta e chi non rispetta l’altro. Se iniziano invece a descrivere che cosa chiamano rispetto, il terreno della conversazione cambia. Non necessariamente scompare il conflitto, ma almeno diventa più chiaro di che cosa stanno discutendo.

Qui è utile fare una precisazione. La prova della carriola che Massimiliano utilizza nei percorsi Medianos è uno strumento didattico, non è un test linguistico scientifico per stabilire se una parola sia o meno una nominalizzazione. Se non posso mettere qualcosa in una carriola, non significa automaticamente che quel termine sia linguisticamente una nominalizzazione. La domanda serve piuttosto a produrre uno spostamento. Un elefante ha un peso, una forma, una posizione nello spazio. Posso indicarlo. Il rispetto no. Posso però osservare i comportamenti ai quali attribuisco il significato di rispetto. Questa distinzione la trovo utile.

La carriola costringe a chiedersi: di che cosa sto realmente parlando? Se parlo di fiducia, quali comportamenti sto descrivendo? Che cosa vorrei invece che l’altra persona facesse o dicesse quando chiedo riconoscimento? Dire che manca collaborazione rimanda a quale comportamento concreto? E quando affermo “non mi comprende”, che cosa dovrebbe accadere perché io possa dire “adesso mi sento compresa”?

Non stiamo cercando la definizione corretta della parola, ma stiamo cercando l’esperienza concreta che una persona ha racchiuso dentro quella parola.


Dal linguaggio al conflitto

Questo passaggio ha conseguenze molto pratiche nella mediazione. Immaginiamo due genitori separati. Uno dice: “È impossibile collaborare con lei”. Se rimaniamo sulla parola collaborazione, possiamo chiedere a entrambi di collaborare di più. È una richiesta ragionevole, ma molto poco definita. Proviamo invece a denominalizzare. “Che cosa dovrebbe fare concretamente perché tu possa dire che sta collaborando con te?”. La risposta potrebbe essere: “Vorrei sapere degli appuntamenti medici di nostro figlio prima che vengano fissati”. A questo punto possiamo precisare ancora: “Quanto tempo prima?”. “Quando possibile, vorrei essere informato prima della prenotazione e poter comunicare la mia disponibilità”. Adesso sappiamo che cosa significava collaborazione per quella persona, almeno rispetto a quella situazione.

Non abbiamo stabilito che la sua richiesta sia necessariamente giusta, ragionevole o accettabile. Abbiamo fatto una cosa precedente: l’abbiamo resa comprensibile e verificabile. L’altro genitore potrebbe avere un criterio completamente differente. Potrebbe dire: “Per me collaborare significa occuparsi delle cose quando servono, senza dover chiedere ogni volta l’autorizzazione all’altro”. Ed eccolo, il conflitto. Prima era nascosto dentro la parola collaborazione. Ora possiamo vederlo.


In Medianos questa domanda assume un significato particolare

Uno degli aspetti che trovo più interessanti nel lavoro con Medianos è proprio il modo in cui il linguaggio viene portato dentro l’esperienza. Durante il gioco emergono parole come ascolto, fiducia, responsabilità, rispetto, comprensione, conflitto, collaborazione. Sono parole necessarie, ma ciascuna può diventare un contenitore. Due persone possono mettere contenuti diversi nello stesso contenitore senza rendersene conto. Per questo una domanda apparentemente semplice può aprire un livello diverso della conversazione: “Che cosa significa per te?” e, soprattutto: “Come lo riconosci concretamente?”.

Questa seconda domanda mi interessa ancora di più, perché chiedere “che cos’è il rispetto?” può produrre una definizione. Chiedere “come fai a capire che una persona ti sta rispettando?” costringe invece a cercare indizi nell’esperienza: parole, gesti, tempi, azioni, omissioni, circostanze. La conversazione passa dal concetto al modo in cui quel concetto viene vissuto.

C’è però un rischio che considero importante evitare. Trasformare una nominalizzazione in comportamenti concreti non significa confermare automaticamente l’interpretazione della persona. Se qualcuno dice: “Non mi rispetti perché non rispondi ai miei messaggi entro cinque minuti”, abbiamo finalmente compreso quale comportamento associa al rispetto. Ma questo non dimostra che rispondere entro cinque minuti sia una condizione oggettiva del rispetto. Abbiamo identificato il suo criterio ed è una differenza essenziale.

Il lavoro può iniziare proprio da lì. Perché consideri quella risposta immediata una prova di rispetto? L’altra persona conosce questo criterio? Lo condivide? È realistico? Che cosa significa invece rispetto per lei? Esistono comportamenti che entrambi potrebbero riconoscere come rispettosi? La denominalizzazione non decide chi ha ragione. Rende visibili alcune delle premesse sulle quali ciascuno sta costruendo la propria posizione.

Nel conflitto personale che ha originato questa riflessione non ho trovato improvvisamente una soluzione pensando alle nominalizzazioni. Sarebbe artificiale raccontarlo così. Mi sono però accorta di qualcosa. Dire “qui manca il rispetto” mi sembrava una frase completa. Dopo averci pensato, non lo era più. Ho iniziato a chiedermi quale comportamento avessi interpretato come mancanza di rispetto. E poi una domanda più scomoda: l’altra persona attribuisce a quel comportamento lo stesso significato che gli attribuisco io?

Non significa relativizzare tutto. Esistono comportamenti offensivi, aggressivi o lesivi che non diventano accettabili semplicemente perché qualcuno li interpreta diversamente. Ma in moltissimi conflitti quotidiani una parte della distanza nasce anche da significati impliciti che nessuno ha mai reso espliciti. “Se mi rispettassi, sapresti che…”. “Se mi conoscessi, capiresti…”. “Se tenessi davvero a me, faresti…”. Dentro quel sapresti, capiresti, faresti spesso esiste una regola personale che l’altro non conosce, non condivide o interpreta diversamente. È difficile negoziare una regola che non è mai stata pronunciata.

Serve prestare attenzione ad alcune parole come rispetto, fiducia, comprensione, riconoscimento, collaborazione. Non perché siano parole sbagliate. Al contrario, proprio perché condensano esperienze complesse. Quando diventano il centro di un conflitto proviamo a non fermarci al sostantivo. Chi sta chiedendo rispetto a chi? A quale comportamento si riferisce? Che cosa è accaduto e che cosa, invece, ci si aspettava che accadesse? Soprattutto, l’altra persona avrebbe potuto riconoscere quella stessa aspettativa come una richiesta di rispetto?

Oggi porterei con me davanti alla famosa carriola di Massimiliano proprio questo. Un elefante può entrarci, il rispetto no. Ma posso provare a tirar fuori dalla parola rispetto le azioni, le aspettative e i criteri che ho messo dentro. Solo allora posso mostrarli all’altro e solo allora possiamo scoprire se, quando diciamo entrambi “rispetto”, stiamo davvero parlando della stessa cosa.


Bibliografia

Richard Bandler e John Grinder, The Structure of Magic. A Book About Language and Therapy, vol. I, Science and Behavior Books, 1975;

Rochelle Lieber, “Nominalization: General Overview and Theoretical Issues”, Oxford Research Encyclopedia of Linguistics, Oxford University Press, 2018.

La nozione linguistica di nominalizzazione e l’impiego che ne viene fatto nel Meta Modello della PNL appartengono a piani differenti. Nel testo la prima è utilizzata come riferimento linguistico; la seconda come modello conversazionale per interrogare formulazioni astratte e recuperare processi, attori e comportamenti. La sua utilità nella mediazione è qui proposta come scelta metodologica, non come prova dell’efficacia scientifica della PNL.


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