
L’arte di separare per ricomporre
Nel 1965 l’illusionista britannico Robert Harbin porta in scena il numero Zig-Zag Girl, un’immagine che tocca un punto sensibile della percezione. Una persona entra in una scatola verticale, il corpo viene suddiviso in tre sezioni, la parte centrale scorre lateralmente e l’unità si spezza sotto gli occhi di chi guarda. L’immagine che appare è disturbante nella sua semplicità. Il corpo non viene segato, non viene fatto sparire, ma viene disallineato. Poi, con la stessa naturalezza con cui è stato scomposto, viene ricomposto.
Ciò che colpisce, ancora oggi, non è tanto l’effetto spettacolare, quanto la qualità dell’esperienza percettiva che Harbin costruisce. Il pubblico vede tutto, nulla è nascosto, eppure, ciò che si vede contraddice l’idea abituale di integrità.
Ho iniziato a pensare a Zig-Zag Girl non come a un numero di magia, ma come dispositivo simbolico, come metafora del conflitto. Un modo per pensare il conflitto fuori dalle categorie abituali di errore, colpa o fallimento. Un modo per guardarlo come si guarda un corpo che, per un momento, non coincide più con l’immagine che avevamo di lui.
Spesso le persone vivono il conflitto come una minaccia all’unità della relazione, della famiglia, del gruppo, perfino di sé, come se distinguere significasse perdere e separare significasse inevitabilmente distruggere. Zig-Zag Girl suggerisce invece che a volte è proprio la separazione visibile, temporanea e contenuta che possa diventare una condizione di trasformazione.
La scatola come setting del conflitto
Nell’illusione di Harbin la scatola è essenziale, non un dettaglio scenografico, ma la condizione che rende l’esperienza sopportabile. Senza quella cornice rigida e definita, lo stesso gesto apparirebbe violento, insostenibile, traumatico.
Questa intuizione dialoga profondamente con ciò che, in ambito clinico e relazionale, Donald Woods Winnicott ha definito holding environment, un ambiente sufficientemente affidabile da permettere all’esperienza emotiva di essere attraversata senza disgregarsi. Allo stesso modo, Wilfred Ruprecht Bion ha parlato di contenimento come funzione capace di ricevere elementi emotivi grezzi, non pensabili, e restituirli in forma trasformata.
Nel lavoro sul conflitto, la scatola coincide con il setting – regole condivise, confini chiari, tempi definiti, un linguaggio possibile e la presenza di una terzietà capace di reggere il processo. I grandi manuali di conflict analysis contemporanea, come quelli elaborati da CARIS o dal World Food Programme, insistono che senza una cornice, l’analisi stessa diventa parte del conflitto, finendo per alimentarlo.
Senza contenitore, il conflitto diventa azione, reazione, escalation. Con un contenitore adeguato, diventa materiale. Qualcosa che può essere osservato, nominato, attraversato. Non risolto in fretta, ma abitato.
La scatola non risolve, ma rende possibile guardare.
Lo slittamento del busto = reframing / passaggio da posizioni a interes
Il momento più perturbante dello Zig-Zag Girl è lo scorrimento laterale della parte centrale del corpo. È un movimento minimo, eppure produce uno shock percettivo enorme. Cambia la posizione e con essa cambia il senso.
Nel conflitto, questo passaggio corrisponde a ciò che accade quando una parte riesce a spostarsi di pochi centimetri dal proprio punto di vista. È ciò che Roger Fisher e William Ury, nel loro lavoro sulla negoziazione, hanno reso centrale come spostamento dalle posizioni agli interessi. La posizione è ciò che mostriamo, l’interesse è ciò che ci muove. Quando il conflitto resta ancorato alle posizioni, si irrigidisce. Quando riesce a scorrere verso gli interessi, si apre.
Nella pratica questo slittamento accade quando una parte smette di difendere un’identità rigida e inizia a dare parola a ciò che conta davvero. È un movimento laterale, non frontale ed è spesso sufficiente a sbloccare dinamiche apparentemente cristallizzate. Una frase che cambia registro, una domanda che sostituisce un’affermazione, un silenzio che prende il posto di una reazione automatica, eppure, come nell’illusione di Harbin, è sufficiente a trasformare l’intera configurazione. Il corpo resta integro, è lo sguardo che si trasforma.
Tre sezioni: distinguere i livelli del conflitto
Osservando Zig-Zag Girl si è costretti a distinguere testa, tronco, gambe. Parti diverse, funzioni diverse. Nel conflitto, questa distinzione viene spesso persa, con conseguenze rilevanti. Narrazioni, emozioni e interessi concreti si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. I fatti diventano giudizi, le emozioni diventano prove, le azioni diventano identità.
Qui il pensiero di Johan Vincent Galtung, sociologo norvegese e fondatore degli studi contemporanei sulla pace, offre una chiave preziosa. Il suo modello ABC del conflitto distingue tra atteggiamenti, comportamenti e contraddizioni strutturali.
Quando questi livelli vengono confusi, il conflitto si irrigidisce. Quando vengono riconosciuti e riallineati, diventa possibile intervenire in modo mirato, senza amplificare il danno.
La mediazione, in questo senso, non “taglia” il conflitto, ma lo ordina.
Lo zig-zag come ritmo
Resta infine lo zig-zag stesso. La linea spezzata, non lineare, che dà nome all’illusione. In molti schemi di conflict mapping – dai manuali della GIZ ai modelli utilizzati in ambito umanitario – la linea a zig-zag è il simbolo grafico del conflitto aperto. Non per caso, il conflitto non procede mai in linea retta.
Friedrich Glasl, studioso austriaco di gestione dei conflitti, ha mostrato come l’escalation segua fasi riconoscibili, con avanzamenti e regressioni, irrigidimenti e apparenti passi indietro. Pensare il conflitto come un processo lineare significa fraintenderne la natura.
Lo zig-zag racconta un ritmo fisiologico di avvicinamento e distanza, fiducia e paura, apertura e difesa. La competenza non sta nel forzare la linearità, ma nel saper restare nel ritmo senza drammatizzarlo. Nel riconoscere che oscillare non significa fallire, ma attraversare.
Conclusione
Zig-Zag Girl non è soltanto un’illusione riuscita. È una lezione silenziosa. Mostra che separare, se fatto con cura, non distrugge. Che disallineare può aprire nuove possibilità di senso. Che la ricomposizione non è un atto magico, ma l’esito di un processo ben contenuto.
Nel conflitto, come nell’illusione, il vero lavoro non consiste nel cancellare le fratture, ma nel creare le condizioni perché possano essere viste, attraversate e trasformate.
Bibliografia
Harbin, R., The Magic of Robert Harbin, London, 1970.
Winnicott, D. W., The Maturational Processes and the Facilitating Environment, London, 1965.
Bion, W. R., Second Thoughts, London, 1967.
Fisher, R., Ury, W., Getting to Yes. Negotiating Agreement Without Giving In, Penguin, 1981.
Galtung, J., Conflict Transformation by Peaceful Means, United Nations, 2000.
Glasl, F., Konfliktmanagement. Ein Handbuch für Führungskräfte, Beraterinnen und Berater, Paul Haupt, 1997.
Turner, C. P., The Syrian War: A Conflict Analysis and Resolution Perspective, CARIS, 2018/2023.
World Food Programme, Conflict Analysis and Conflict Sensitivity Risk Assessment – Guidance Note, 2021.
GIZ, Training of Trainers Manual: Conflict Analysis and Conflict Resolution Skills, ROLMIN Project.



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